UNA RONDA SURREALE NON FA PRIMAVERA!

Una ronda non fa primavera -

“Scoperta una ronda fascio-leghista che pratica ripetuti stupri collettivi ai danni di una donna magrebina immigrata clandestinamente in Italia. Il suo nome (della donna, non della ronda) è Rondina Magrebina. La denuncia è stata inoltrata direttamente al ministro degli interni, meglio noto come Mi-sono-rotto-i-Maroni, il quale ha dichiarato: “Si tratta di una bravata goliardica, dovuta a uno sbalzo ormonale collettivo provocato dall’eccezionale avvenenza della donna mediterranea”. Dunque, niente più “castrazione chimica”, bensì un riconoscimento della virilità e dell’esuberanza degli ormoni sessuali padani. Questo è quanto si evince dalle parole pronunciate dal ministro in difesa della ronda padana in preda a furor testosteronico.”  

E’ risaputo che la maggior parte delle violenze sessuali, accertata dal Ministero dell’interno, avviene tra le mura domestiche. Il rimedio, quindi, si rivelerà assai peggiore del male nel senso che procurerà problemi più gravi di quelli che si spera di risolvere. Un tale dato statistico dovrebbe quindi indurre le autorità a consegnare alle “ronde antistupri” le copie delle chiavi di casa di tutti i cittadini italici?

Certamente no! La verità è che al premier forzista Papi e al ministro leghista Maroni non importa nulla delle violenze commesse ai danni delle donne, ma tali violenze sono solo un pretesto demagogico per completare il progetto di “fascistizzazione” e “militarizzazione” del nostro Paese.

In realtà, il paragone più adatto a spiegare e comprendere l’istituzione delle ronde razziste, inserita nel decreto legge “antistupri” approvato d’urgenza dal governo il 20 febbraio scorso, è senza dubbio quello con le milizie dell’epoca mussoliniana. Senza offesa, ma nemmeno nostalgia, per lo squadrismo fascista del Ventennio. Tale decreto legislativo rischia, nella meno assurda delle ipotesi, di legalizzare e autorizzare comportamenti di natura squadrista e violenta, ossia soprusi, abusi e prepotenze degne del peggior branco di bulli da strada.

A chi sostiene che le ronde sono armate solo di cellulare e sono tenute ad informare le prefetture e le forze dell’ordine segnalando eventuali abusi, reati o violenze, si può rispondere che pure le squadracce di Mussolini e Hitler sorsero con “buoni propositi”, ma la storia dovremmo conoscerla un po’ tutti (uso il condizionale in maniera non casuale). Ebbene, il governo di mister Papi ha riesumato, sotto una veste nemmeno tanto inedita e originale, le famigerate bande nazi-fasciste.

L’istituzione per decreto legge delle ronde vedrà sorgerne di tutti i colori: verdi, nere (addirittura a Trieste si sa di ronde che si vorrebbe intitolare allo squadrista e gerarca fascista Ettore Muti), bianche rosse e verdoni, brune e bionde, rosa, ecc. Insomma, assisteremo ad una proliferazione cromatica inarrestabile. Assisteremo persino alla creazione di ronde vaticane formate da prelati, chierici, monaci e persino suore di clausura in vena di escursioni notturne? Mah, non c’è più religione!

Ebbene, perché non costituire ronde vigilanti in Parlamento e a Palazzo Chigi,insomma nelle stanze del potere che ormai nessuno controlla. Certamente potrebbero scaturire scoperte tanto interessanti quanto inquietanti.

Il decreto legge sulle ronde, pubblicato il 24 febbraio sulla Gazzetta Ufficiale numero 45, all’articolo 6 prevede che “i sindaci, previa intesa con il prefetto, possono avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare alle forze di polizia eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana”. Le associazioni dovranno essere iscritte in un apposito elenco tenuto dal Prefetto. Il sindaco dovrà avvalersi “in via prioritaria” delle associazioni composte da personale delle forze dell’ordine in congedo. Poi al comma 5, il decreto aggiunge: le associazioni diverse da quelle composte da personale delle forze dell’ordine in congedo “sono iscritte negli elenchi solo se non siano destinatarie, a nessun titolo, di risorse economiche a carico della finanza pubblica”.

 

Come si finanzieranno le associazioni tra normali cittadini? Chi provvederà al rimborso delle loro spese? Il decreto legge non esclude che i “volontari per la sicurezza” possano essere pagati da privati, persone fisiche o aziende: se non vorranno rimetterci di tasca propria, potranno farsi sponsorizzare. Nessuno glielo può impedire. Almeno stando alla lettura del testo.

 

Giuridicamente non ci sono dubbi la norma per com’è scritta lascia la possibilità di un finanziamento privato delle ronde. Le associazioni di cittadini, riconosciute dall’articolo 18 della Costituzione possono, infatti, chiedere contributi a chicchessia. Le ronde potranno dunque rivolgersi alla Confcommercio, Confesercenti, aziende o negozianti. Nella loro funzione di pubblica utilità potranno chiedere finanziamenti. Il rischio è uno squadrismo pagato da quella parte della popolazione che non si sente sufficientemente protetta. Di più, si può finire per istituzionalizzare un rapporto mafioso: io ti proteggo, tu mi paghi”. Stefano Merlini, costituzionalista è caustico: “Per lo Stato di diritto è il primo passo verso l’abisso”.

 

 È entrato in vigore sabato 8 agosto, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il regolamento del ministero dell’Interno per le cosiddette ronde. Il decreto riguarda la «Determinazione degli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari, requisiti per l’iscrizione nell’elenco prefettizio e modalitá di tenuta dei relativi elenchi, di cui ai commi da 40 a 44 dell’articolo 3 della legge 15 luglio 2009, numero 94».

 

Le associazioni di volontari dovranno essere registrate in un albo istituito presso le prefetture e composte da un numero massimo di tre persone con più di 18 anni (ma il caporonda dovrà averne almeno 25). Tra i requisiti dei volontari, l’assenza di denunce o condanne, la non aderenza a movimenti, associazioni o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. E non si dovrà essere daltonici. Il decreto ministeriale prescrive anche i requisiti per l’abbigliamento. Per prestare la loro opera, gli osservatori volontari dovranno aver superato un corso di formazione organizzato dalle Regioni o dagli Enti locali.

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